Rassegna stampa

Lo sguardo dritto negli occhi ci fa spesso arrossire: ecco perché

Il contatto visivo induce una rielaborazione mentale dell’immagine del proprio corpo, una sorta di empatia visiva per cui ci vediamo attraverso gli occhi dell’altro

 

C’è chi arrossisce guardando qualcun altro dritto negli occhi, soprattutto se dell’altro sesso. Il contatto visivo è un tipico comportamento umano con complessi processi cognitivi che - secondo uno studio appena pubblicato su Cognition dai ricercatori del Laboratory of Psychopathology and Neuropsychology dell’Università di Parigi diretti da Marie Baltzar - induce una rielaborazione mentale dell’immagine del proprio corpo, una sorta di empatia visiva per cui ci vediamo attraverso gli occhi dell’altro/a, che diventano uno specchio per il nostro corpo. Ciò può farci provare imbarazzo o addirittura fastidio. Accade anche ai soggetti autistici: in loro, secondo i ricercatori francesi, l’effetto del contatto visivo potrebbe diventare un naturale facilitatore delle pratiche di psicoterapia volte a far acquistare un’autocoscienza del proprio corpo. L’idea sembrerebbe però funzionare solo nei maschi: un altro studio dell’Università di Tokyo, pubblicato dai ricercatori diretti da Matsuyoshi Daisuke, ha dimostrato infatti che il contatto visivo non ha lo stesso effetto nelle bambine autistiche, testimoniando l’importanza del rapporto fra tratti dello spettro autistico e comportamento. Che comunque esista una differenza di comportamento fra i due sessi nei confronti di un qualsiasi contatto reciproco è evidente anche nella vita comune dove, al contrario di quanto avviene nell’autismo, la donna arrossisce generalmente più dell’uomo, soprattutto quando si trova in compagnia di qualcuno che le piace.

Contatto corporeo

Uno studio, pubblicato due anni fa su Biology Letters dai ricercatori inglesi dell’Università di Saint Andrews diretti da Amanda Hahn, indagando questo fenomeno tramite termografia, aveva dimostrato che il rossore compare soprattutto in tre regioni facciali (area periorbitale, naso e bocca) quando un maschio entra in contatto, anche casualmente, con particolari zone del suo corpo (braccia, palmo delle mani, viso o petto), mentre ciò non avviene se lo stesso contatto arriva da un’altra donna, né è altrettanto significativo nel maschio. Ciò vale anche per il semplice contatto visivo? Questo tipo di contatto svolge certamente un ruolo fondamentale nelle interazioni sociali e il tipo di sguardo è importantissimo per farci comprendere lo stato d’animo del prossimo, ma si tratta di un’interazione profondamente influenzata dagli aspetti culturali: se guardate fisso negli occhi una giapponese la metterete sicuramente in imbarazzo perché, come ha dimostrato uno studio pubblicato l’anno scorso su Plos One da un gruppo di ricercatori inglesi, giapponesi, estoni e finlandesi diretti da Hironori Akechi, il contatto visivo in Giappone è culturalmente meno tollerato che in Occidente.

Scambio di sguardi

Se da noi gli occhi sono lo “specchio dell’anima”, in Giappone “parlano come la lingua” e in una cultura dove la comunicazione è impregnata di ambiguità e silenzi (regola dell’aimai), consentirne la rivelazione diretta rappresenta un tabù. Le giapponesi percepiscono l’espressione del volto di chi le guarda negli occhi come arrabbiata, scontrosa o spiacevole, ma anche nell’ambito dello stesso Occidente esistono differenze: fissare insistentemente una ragazza tedesca può essere percepito come un atteggiamento scortese, perché pare che i maschi tedeschi non lo facciano quasi mai, almeno finché non hanno una certa intimità con le ragazze in questione. Dunque le tedesche non sono generalmente abituate a questo tipo di contatto. In tutte le culture il contatto visivo induce risposte di alterazioni del battito cardiaco, la cosiddetta risposta di orientamento attentivo, tempi di sguardo ridotti e sensazioni soggettive di attivazione, il cosiddetto arousal. Inizialmente il contatto visivo attiva, tramite le cosiddette vie sottocorticali rapide, un aumento dei livelli di ossigenazione del sangue della corteccia prefrontale dorso-mediale, della giunzione temporo-parietale sinistra e del lobo parietale destro, migliorando le nostre capacità cognitive di valutazione del prossimo, un processo che è alla base delle interazioni sociali, ma che, come abbiamo visto, la cultura può anche alterare.

Il cervello «sociale»

La risonanza magnetica funzionale, che visualizza l’attività elettrochimica dei circuiti cerebrali, ha da tempo dimostrato che il contatto visivo attiva quello che viene chiamato “cervello sociale”, che si sviluppa già nei primi giorni di vita alla vista di volti familiari come quello della mamma. I neonati mantengono più a lungo lo sguardo su chi li guarda negli occhi, rispetto a chi invece li guarda solo in volto. Anche da adulti riconosciamo prima chi ci guarda negli occhi e lo sguardo diretto innesca fenomeni vegetativi (variazioni di conduttanza cutanea o battito cardiaco) più accentuati rispetto quando siamo guardati indirettamente. Un ruolo fondamentale nei circuiti del cervello sociale sembra essere svolto dalla cosiddetta amigdala, un piccolo/grande centro nervoso posto al centro della nostra materia grigia implicato anche in numerose altre fondamentali funzioni, come la memoria o la paura. Forse la verità l’avevano individuata nel 2006 i ricercatori dell’Università del Texas di Arlington, diretti da William Ickes, con uno studio uscito sul Journal of Personlity secondo cui la principale preoccupazione che abbiamo in un incontro sociale è quella di dare una buona impressione agli altri e quindi facciamo un completo check up di noi stessi monitorando inconsciamente ogni angolo del nostro corpo. Magari se qualcuno ci guarda in fondo agli occhi potrebbe accorgersene o perché lo lasciamo intravedere, come in Occidente, o perché i nostri occhi glielo dicono, come in Giappone. Il rossore deriverebbe allora dal timore di essere scoperti mentre siamo intenti a controllarci, un po’ come una donna sorpresa davanti allo specchio da un uomo mentre si sta truccando prima del loro appuntamento.

 

(Fonte: Corriere.it)

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